domenica 18 dicembre 2011

Continua la distruzione della scuola pubblica



Condividiamo il giudizio sulla manovra del governo, espresso dal sindacato FLC CGIL Scuola, di cui riportiamo la parte specifica relativa ai gravi danni che subirà il sistema scolastico pubblico:


La più grande delusione arriva dal silenzio riservato ai nostri settori. Al sistema formativo del Paese non è stata dedicata nessuna attenzione. Tutti ormai sono concordi nel ritenere che investire in formazione e ricerca serve per favorire la crescita e lo sviluppo. In particolare l'istruzione è un settore strategico che fa da cerniera tra i diritti delle persone e lo sviluppo economico e democratico del Paese. Sarebbero stati sufficienti piccoli segnali per dare senso e consistenza alle parole del Presidente Monti sull'importanza che lo studio ha per dare una prospettiva, un orizzonte politico nuovo alle future generazioni e all'affermazione del presidente di Banca Italia che investire in capitale umano produce più ricchezza per gli individui e per la collettività. Invece dobbiamo constatare con amarezza che i nostri settori con questa manovra, se non sarà modificata, si troveranno ancora più in difficoltà rispetto al passato. Ad esempio l'aumento generalizzato dei costi di beni e servizi e dell'IVA dal 10 al 12% (regime agevolato) e dal 21% al 23% non sono certo notizie esaltanti per le casse esangui di scuola, università, enti di ricerca. L'aumento dell'IVA determinerà in molti istituti la riduzione degli approvvigionamenti per le esercitazioni di laboratorio. Ne sono un esempio gli Istituti Alberghieri che giornalmente devono acquistare i prodotti alimentari.
Dati preoccupanti che si inseriscono in un contesto fortemente compromesso dalle politiche neo liberiste degli ultimi anni che hanno abbassato dello 0,50% la media della spesa per l'istruzione e la ricerca in rapporto al Pil che è tra i più bassi nei paesi OCSE (4,5% contro una media del 6,1%). Pertanto non è condivisibile l'idea di chi pensa che per ridare centralità ai settori della conoscenza non siano necessari investimenti, anzi si può ancora tagliare.
Le conseguenze di queste politiche sull'istruzione sono disastrose specie se si considera che con la crisi sono in aumento le famiglie a rischio povertà che, secondo il Rapporto Svimet 2011, in alcune zone del sud del Paese sfiorano il 40 % della popolazione.
Il peggioramento delle condizioni economiche e sociali fa diminuire la percentuale degli studenti che passa dal primo al secondo ciclo di istruzione e degli accessi all'università, perché le famiglie meno abbienti non sono più in grado di sostenere i costi dell'istruzione e l'aumento delle rette universitarie.
Inoltre, l'irrigidimento del sistema pensionistico avrà un effetto di riverbero sul turn over sbarrando la strada al rinnovamento nei nostri settori che invece avrebbero bisogno di risorse giovani per favorire il diritto allo studio e di cambiamenti e innovazioni in campo didattico, organizzativo e di ricerca.
L'effetto combinato tra aumento dell'età pensionabile, limitazione del turn over, legge Brunetta e riduzione delle risorse rende impossibile le stabilizzazioni dei precari e il reclutamento nei comparti di università, ricerca e Afam.
Impedire ad esempio di andare in pensione ai nati del 1952, bloccati da anni già dalle precedenti riforme, pur avendo anzianità molto alte dai 36 anni fino ad arrivare in molti casi a 40, non solo nega a questi lavoratori di percepire il meritato trattamento pensionistico che a volte, per la differenza di nascita di pochi giorni (ad esempio i nati nel gennaio), determina iniquità rispetto a chi è uscito dal 1° settembre 2011 con minori anzianità, ma ha effetti negativi sulla programmazione delle immissioni in ruolo per il 2012 e 2013 (20.000 docenti e 7.000 ATA per anno) legate al turn over.
Il settore della scuola aveva già pagato la crisi con oltre 130.000 tagli di posti di lavoro, blocco degli stipendi con il congelamento degli scatti e del contratto, riduzione dei finanziamenti per il funzionamento delle scuole. Esse aumenteranno, loro malgrado, il contributo a carico delle famiglie se vorranno mantenere l'attuale livello qualitativo, altrimenti gli studenti non avranno la preparazione necessaria per l'inserimento nell'ambito lavorativo.

mercoledì 2 novembre 2011

Elogio degli insegnanti

Riportiamo l'articolo di Massimo Recalcati tratto da La Repubblica, che sviluppa temi su cui Scuola Democratica ormai da decenni svolge la sua attività.

ELOGIO DEGLI INSEGNANTI PERCHÉ LA TECNOLOGIA NON PUÒ SOSTITUIRLI
31 ottobre 2011 — pagina 49 sezione: CULTURA
Un bravo insegnante, raccontava una volta un grande psicoanalista come Moustapha Safouan, si riconosce da come reagisce quando, salendo in cattedra, gli capita di inciampare. Cosa saprà fare di questo inciampo? Ricomporrà immediatamente la sua immagine facendo finta di nulla? Rimprovererà con stizza le reazioni divertite dei ragazzi? Nasconderà goffamente il suo imbarazzo? Oppure prenderà spunto da questo imprevisto per mostrare ai suoi alunni che la posizione dell'insegnante non è senza incertezze e vacillazioni, che non è al riparo dall'imprevedibilità della vita? Potrà allora far notare che lo studio più autentico e appassionato non è mai esente dall' inciampo perchéè proprio questo, come il fallimento, a rendere possibile la ricerca della verità. Certamente ci sono insegnanti che separano il sapere dalla vita e che offrono ai loro alunni solo una serie di nozioni nate già morte. In questi casi non c'è vita ma routine e un uso sterile del sapere. Ma se esiste una vocazione all'insegnamento, non può che radicarsi nell' inciampo. E questo mostrano una serie di libri usciti in questo periodo che, nonostante tutto, sono dichiarazioni appassionate per la scuola e per chi tutti i giorni ci lavora e si dispera: da L' iguana non vuole di Giusi Marchetta (Rizzoli) a Ti voglio bene maestro! di Giuliano Corà (Angelo Colla Editore). Raccontano le loro difficoltà, gli errori, confessano le fragilità. E insieme rinnovano la voglia di andare avanti. D'altra parte i bravi insegnanti sanno di cosa parlo; loro stessi sono inciampati almeno una volta prima di salire in cattedra e continuano ad educare i loro allievi alla contingenza imprevedibile della vita. Ricordiamo gli insegnanti che sono stati per noi degli inciampi che ci hanno sottratti alle nostre abitudini mentali e ci hanno fatto pensare in modo nuovo. Il nostro tempo favorisce invece l'assimilazione dell'insegnante ad un computer, ad un tecnico di un sapere senza corpo, totalmente disincarnato. Nel tempo in cui la rete sembra scalzare la funzione dell' insegnante offrendo un sapere a portata di mano e senza limiti, dobbiamo ricordare che essa non ha un corpo, non può animare l'erotica dell'apprendimento. Le possibilità della rete e la computerizzazione tecnologica dell'insegnamento sembrano invece coltivare l'illusione dell'esclusione del corpo dalla relazione didattica. Ma solo un cognitivismo esasperato può pensare di separare i processi di apprendimento dall' eros che abita da sempre ogni relazione formativa. La psicoanalisi e la pedagogia più illuminata insistono su questo punto: le possibilità dell'apprendimento hanno come condizione l'eros del desiderio. Pensare di trasmettere il sapere senza passare dalla relazione con chi lo incarna è un' illusione perché non esiste una didattica se non entro una relazione umana. Coloro che vorrebbero ridurre il processo di apprendimento e di insegnamento alla trasmissione tecnologicae asettica di pratiche codificate cognitivamente e che ripongono la loro speranza nella definizione di un metodo efficiente di assimilazione e di organizzazione dei saperi, pretendono di cancellare l' intrusione del corpo nella relazione didattica e commettono un errore ossessivo in senso clinico. Il bravo insegnante non è colui che nega il valore del sapere, non è colui che proclama il suo azzeramento, ma è colui che mentre lo trasmette sa anche mantenerlo sospeso. Questo doppio tempo della dinamica formativa lo ritroviamo nella vita quotidiana di ogni insegnante e di ogni allievo come oscillazione tra la necessità dell'applicazione, del metodo, dell' ostinazione, della fatica e del sacrificio e possibilità dell'erotizzazione del mondo attraverso il linguaggio, del desiderio di conoscenza, del viaggio, dell' avventura, dell' andare altrove, al largo, lontano, alla scoperta di altri mondi, verso l'inedito e il non ancora conosciuto. Nel nostro tempo l'insegnante è sempre più solo. Questa solitudine non riflette solo la sua condizione di precariato sociale, ma anche la rottura di un patto generazionale coi genitori. Lo studio dello psicoanalista ne raccoglie i cocci: genitori sempre più complici e alleati di figli sempre meno riconoscenti e sempre più pretenziosi. Genitori che anziché sostenere l'azione educativa della scuola, di fronte al primo ostacolo, preferiscono spianare la strada ai loro figli, togliere gli ostacoli, evitare l'inciampo, per esempio cambiando scuola o insegnanti, insomma recriminando continuamente contro l'Altro come fanno i loro stessi figli. Un tempo l'alleanza generazionale tra genitori e insegnanti non era mai in discussione. Il rischio era quello di giustificare derive autoritarie del processo educativo. Oggi però questa alleanza tende a dissolversi. L'ostacolo della differenza generazionale e dell'insuccesso scolastico viene vissuto solo come una frustrazione da evitare. In questo difficile contesto la domanda che assilla l'insegnante nella sua solitudine si radicalizza: come può continuare ad amare ciò che fa? come può resistere all'appassimento, all'accomodamento del sapere somministrato secondo gli standard stabiliti? come può tenere viva la passione che comporta la sua pratica? I bravi insegnanti sanno rinnovare ogni giorno il loro desiderio solo perché conoscono le insidie della caduta nella noia e nella ripetizione e si impegnano a ricercare i giusti antidoti sopportando la solitudine che la sfaldatura del patto generazionale tra gli adulti comporta. Per questa ragione il tempo dell'inciampo resta essenziale perché mantiene sveglio l'insegnante stesso e, di conseguenza, impedisce anche ai suoi allievi di addormentarsi. Un mio vecchio professore di filosofia commentando con il solito rigore e la sua chiarezza cristallina la Scienza della logica di Hegel, di tanto in tanto alzava gli occhi al cielo e ci diceva; "qui veramente non possiamo più seguire Hegel; chissà cosa avrà visto?". Il mio vecchio professore di filosofia non aveva imbarazzo nell'inciampare sul testo che commentava perché sapeva bene che questo inciampare ci avrebbe aiutato ad autorizzarci a pensare con la nostra testa, cioè a cercare il nostro modo personale di inciampare sul testo. Il bravo insegnante, nelle Scuole elementari come all' Università, è colui che non ha né paura né vergogna del suo non sapere, della sua ignoranza (che Cusano avrebbe definito "dotta") perché sa che i limiti del sapere sono ciò che animano la spinta della conoscenza. E' il grande peccato che racconta il mito biblico dell'albero della conoscenza. In cosa consiste? Nell' illusione umana di accedere al sapere come dominio, alla conoscenza assoluta del bene e del male, ad un sapere che pretende di essere padrone della vita, che pretende di escludere l' inciampo. - MASSIMO RECALCATI

Il governo del fare




La Sera di Parma ha interrotto le pubblicazioni, speriamo temporaneamente.

La rubrica del giovedì "La scuola vista dalla luna" proseguirà su questo blog.

Questo è l'articolo che sarebbe stato pubblicato domani. Era già pronto da domenica, quando è uscito l'ultimo numero del quotidiano.


Il governo del fare


Gli studi internazionali più accreditati sul legame tra il livello di istruzione e lo sviluppo complessivo, anche economico, di una nazione dicono che sono fondamentali sia la quantità che la qualità dell’insegnamento. In particolare, per quanto riguarda questo secondo aspetto, l’incidenza maggiore, nelle società cosiddette avanzate, è data dall’istruzione di carattere generale, molto più che da quella specifica e professionale. È dimostrato da studi Ocse molto accurati che è sbagliato pensare all’istruzione «in termini grettamente strumentali, come ad una serie di utili competenze capaci di produrre un vantaggio a breve termine» (Martha Nussbaum, Università di Chicago). Occorre invece valorizzare soprattutto le scuole superiori di carattere liceale, dove si «impara ad imparare» e si crea una mente aperta e flessibile, capace di interpretare situazioni e problemi in trasformazione.
Ma l’elemento più decisivo sta nel ruolo dell’insegnante, da cui dipende in misura altamente significativa la qualità dell’apprendimento. Per garantire la profesionalità dei docenti si tende ad «imporre loro standard oggettivamente più impegnativi, [ma] i risultati di questa ed altre ricerche fanno sorgere seri dubbi sull'efficacia di misure quali certificazioni obbligatorie, master e cose simili. Piuttosto, le differenze sostanziali nella qualità di insegnanti con background comune mettono in luce la necessità di prospettare più stretti legami fra rendimenti e ricompense» (Eric A. Hanushek, Università di Stanford).
Se ne deduce, insomma, che il futuro di un Paese, che dipende per il 75% dal livello di scolarizzazione (fonte Ocse), è connesso in particolare al potenziamento degli insegnamenti di carattere generale e alla valorizzazione della professione docente, anche e soprattutto in termini di retribuzioni adeguate.
Il governo italiano sembra voler ignorare in modo sistematico tutte queste indicazioni. La recente «controriforma» della scuola superiore ridimensiona non soltanto la quantità dell’offerta formativa, riducendo le ore di lezione in tutti gli indirizzi, ma soprattutto limita fortemente l’importanza di materie come il diritto, la geografia, la storia dell’arte e la filosofia, le materie con cui s’impara ad imparare, alle quali sottrae ore in molti corsi di studio.
Quanto alle retribuzioni dei docenti, sono inferiori del 25% a quelle della media Ocse e di oltre il 40% a quelle dei Paesi più avanzati. Dal 2001 al 2010 le risorse per la scuola pubblica sono diminuite costantemente, dell’80% quelle finalizzate al funzionamento degli istituti, del 50% gli investimenti per l’autonomia, del 75% quelle riservate alle supplenze e all’aggiornamento dei professori (dati di fonte Ocse).
Una popolazione con un più elevato livello di educazione è anche più propensa ad avere un governo più onesto ed efficiente. Lasciamo da parte per ora l’onestà, ma questo non era il governo del fare, il governo dell’efficienza?

Angelo Conforti

domenica 30 ottobre 2011

Chiude La Sera di Parma



GLI SCANDALI A PARMA NON SONO ANCORA FINITI.



NON E' UNO SCANDALO CHE IN UNA CITTA' COME PARMA TUTTI, PROPRIO TUTTI, LEGGANO LA GAZZETTA DI PARMA?

NON E' UN QUOTIDIANO, LO DICE IL NOME, E' UNA GAZZETTA.

ECCO, A SEGUIRE, L'ULTIMO EDITORIALE DEL DIRETTORE DELLA SERA.

"LA SCUOLA VISTA DALLA LUNA" IN EDICOLA OGNI GIOVEDI' SU LA SERA DI PARMA CONTINUA LE PUBBLICAZIONI SUL BLOG DI SCUOLA DEMOCRATICA: http://scuolademocratica.blogspot.com/


Cari lettori, due settimane fa lanciavamo un segnale di allarme sul futuro di questo giornale, oggi siamo qui a dirvi che questo, al momento, è l’ultimo numero de La Sera. Tanto ci sarebbe da dire – e tanto si dirà, temo – sulla meravigliosa parabola del nostro quotidiano, ma vorrei cogliere l’occasione di questo ultimo editoriale per guardare avanti piuttosto che al passato. Parma in questi mesi ha forse aperto gli occhi su quanto stava accadendo in città e lo ha fatto nel modo più brusco e sconvolgente, come sempre accade quando ci si risveglia da un lungo sonno. I comitati, i partiti, le forze economiche, tutto appare in movimento come mai prima d’ora. Il problema in tutti i cambiamenti è se si resterà alla superficie delle cose o se qualcosa muterà per davvero nella società parmigiana. Se la si farà finita con le nomine dei soliti, con i consociativismi, con gli amici degli amici, con gli accordi sotto banco; se davvero una classe dirigente prenderà atto di aver sbagliato e si farà da parte lasciando spazio a nuove forze, nuove idee. Il gattopardismo, dobbiamo rendercene conto, non è un male che affligge la Sicilia di fine Ottocento, ma permea tutto il nostro Paese, Parma compresa. Come favorire un vero cambiamento? Nessuno ha in tasca facili soluzioni, ma una via c’è ed è tanto semplice quanto difficile da mettere in atto (le soluzioni che non comportino fatica non servono a nulla).
Tutto parte da noi, dalla nostra consapevolezza di avere una responsabilità come cittadini. Responsabilità di informarci, di essere consapevoli di quanto accade, cercando di leggere in modo critico la realtà che ci circonda senza adagiarci pigramente sugli slogan, sui facili dualismi che propongono la contrapposizione noi/loro come unico punto di vista possibile. Una città che vota un sindaco inseguendo l’immaginario vincente e spensierato di “Vignali è simpa” deve porsi delle domande e darsi delle risposte, prima ancora che andare a caccia di streghe e innalzare i roghi puntando il dito sui politici tutti uguali, tutti corrotti e tutti privilegiati. Il nostro giornale in questi mesi ha cercato di far questo, dare un contributo e uno stimolo a questo tipo di processo offrendo al meglio delle nostre possibilità l’unica cosa che un giornalista degno di questo nome ha da mettere sul piatto: notizie. Qualcuno ha capito, qualcuno ha amato, qualcuno (pochi per la verità) ha odiato e molti (purtroppo) hanno ignorato. E non è un buon segno. I soloni tra gli addetti ai lavori diranno (e l’hanno già detto) che siamo stati avventati, che la carta stampata non funziona, che il giornale aveva troppa politica, che non avevamo i morti in ultima pagina e via discorrendo. Tutte cose vere, tutte cose giuste, ma rivendico il fatto di aver dato vita a un quotidiano davvero indipendente, nel quale abbiamo lavorato al meglio delle nostre possibilità, con onestà intellettuale e con un gruppo di giornalisti che, francamente, credo che qualunque direttore dovrebbe invidiarmi. Tutta gente nata e cresciuta professionalmente in questa Italia del precariato ad oltranza, dei “sei mesi di stage gratuito”, delle redazioni che non pagano stipendi per mesi ma che prendono contributi sonanti dallo Stato. Tutta gente che si è dovuta creare con le proprie mani l’opportunità di fare il lavoro come va fatto. Siamo orgogliosi de La Sera e per questo non intendiamo arrenderci, lottando strenuamente per far si che questo editoriale sia solo un arrivederci e non un addio. E per questo continueremo a fare il nostro lavoro su internet finché sarà possibile. In attesa di tempi migliori.

Massimo Capuccini
La Sera

giovedì 27 ottobre 2011

Istruzione e sviluppo economico

Pubblicato su La sera di Parma giovedì 27 ottobre 2011

"La scuola vista dalla luna" tutti i giovedì in edicola su La sera di Parma

venerdì 21 ottobre 2011

sabato 15 ottobre 2011

Elenco dei deputati







tratto dal sito ufficiale della Camera:


è un facile esercizio individuare coloro


che hanno votato ancora la fiducia al governo


e si sono resi corresponsabili della rovina dell'Italia.

venerdì 14 ottobre 2011

Bocciare non paga: lo dice l'Ocse

Pubblicato su La Sera di Parma il 13 Ottobre 2011

"La scuola vista dalla luna"

Ogni giovedì in edicola

domenica 9 ottobre 2011

Le rendite dei professori e i viaggi dei neutrini



Spettacolare intervista del Ministro a Repubblica.
Parla di professori che difendono le loro rendite di posizione. Incredibile. Quali sarebbero le rendite di posizione dei professori? E quelle degli studenti ? (ci sono anche quelle nel delirio...).
Poi nell'ansia di rimediare alla gaffe sui neutrini, fa un clamoroso errore di grammatica italiana, ma non è il primo della sua carriera. Dice testualmente tra virgolette:
"il "tunnel tecnologico" dentro il quale sono viaggiati i neutrini"!!!
Bocciata. E' pronta ad ascoltare la protesta? Se ne vada, allora e presto.

venerdì 7 ottobre 2011

La finta parità delle scuole paritarie



Pubblicato su La Sera di Parma giovedì 6 Ottobre 2011

"La scuola vista dalla luna"

ogni giovedì in edicola

su La Sera di Parma

giovedì 29 settembre 2011

venerdì 5 agosto 2011

Quante classi prime allo Scientifico di Fidenza?










Arriva stamattina nelle case dei fidentini il periodico del Comune di Fidenza di agosto 2011.
A pagina 8 si può leggere un articolo dell’assessore all’istruzione Lina Callegari, dal titolo “Scuola: ricca, varia e di qualità” (Il Fidentino, anno III, n. 2), che sostiene quanto segue:




“A tutt’oggi l’impegno dell’amministrazione comunale è a favore dell’istituzione di una terza sezione della classe I del Liceo scientifico, al fine di assicurare un ottimale livello dell’insegnamento, garantendo un numero adeguato di studenti
per classe”.

Sembra che gli attuali iscritti alle classi prime del Liceo scientifico “Paciolo – D’Annunzio” siano 70. Occorre dire che, sulla base delle leggi vigenti, con questi numeri si possono istituire al massimo due sezioni di 35 studenti ciascuna.

Scuola Democratica scriveva nel 2009:




“[…] il «Piano programmatico del Ministero Istruzione Università Ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze in attuazione dell’art. 64 della legge 133/2008» prevede in tre anni l’innalzamento del rapporto alunni/classe secondo un meccanismo inesorabile. Oggi il divisore per formare le classi è il numero 25.
Aumentarlo dello 0,20 nel 2009/2010 significa 25 x 0,20 = 5, quindi il primo anno dell'attuazione del "Piano" le classi possono
essere composte da 30 studenti, ed è quello che sta appunto avvenendo.
Dal 2010/2011 si aumenta di un ulteriore 0,10, cioè 30 x 0,10 = 3, quindi il secondo anno le classi potranno essere composte da 33 studenti;
Dal 2011/2012 si aumenta di un ulteriore 0,10, cioè 33 x 0,10 = 3,3, quindi il terzo anno le classi potranno essere composte da 36 studenti.
Crediamo che le famiglie con figli che si iscriveranno a scuola nei prossimi mesi dovrebbero essere informati di questo e magari chiedersi come possa migliorare la qualità della scuola, dell’insegnamento e dell’apprendimento con queste modifiche”.

Come appare chiaro, la situazione che si verifica oggi allo Scientifico di Fidenza era ampiamente prevedibile già due anni fa e anche prima, cioè dall’entrata in vigore della legge 133/2008. Chi riteneva fosse necessario “assicurare un ottimale livello dell’insegnamento, garantendo un numero adeguato di studenti per classe”, avrebbe dovuto già all’epoca aderire alle campagne informative di Scuola Democratica e associazioni affini, che credono nella scuola pubblica, laica, pluralista, a tutela dei diritti di tutti i cittadini.

Invece, che cosa faceva l’attuale assessore, allora consigliere di minoranza? Produceva corposi interventi in Consiglio comunale a favore delle attuali misure legislative (dette “riforma Gelmini”). In un documento di 5 pagine e poco più, che pubblichiamo sul sito della nostra associazione, sul blog e sulla nostra pagina Facebook, tra sconcertanti errori di ortografia, clamorose falsificazioni della realtà della scuola pubblica italiana, alcuni dati OCSE scelti tra i tanti con cura a fini di propaganda, utilizzo perlomeno disinvolto delle dottrine di Hans Jonas e John Maynard Keynes, ideologia neoliberista reaganiana in salsa cattolica, sosteneva, con una tesi un po’ paradossale, proprio il contrario di quel che ora auspica. Sosteneva, cioè, che, essendo la scuola “un servizio per gli studenti ed un investimento per la società” [grassetto corsivo nostro] i provvedimenti del governo, tagliando risorse, andavano proprio in quella direzione!

Ora noi ci auguriamo che davvero la vicenda possa concludersi favorevolmente per i futuri studenti dello Scientifico, com’è accaduto per quelli del Ginnasio lo scorso anno. Ma quella era una deroga, ottenuta dalla giunta di centro-destra, che si giocava la faccia, da un governo di centro-destra la cui propaganda ancora un po’ funzionava. Oggi non sappiamo se quel signore che prometteva miracoli già 17 anni fa ed ha miracolato soprattutto se stesso, trascinando l’Italia sull’orlo del fallimento, abbia tempo di occuparsi di Borgo San Donnino e tirar fuori una deroga come quella del precedente anno scolastico.
Quello che soprattutto auspichiamo è che si informino correttamente i cittadini sulle politiche volte alla distruzione della scuola pubblica da parte del governo di centro-destra, con gli effetti di declino complessivo del nostro Paese sotto ogni punto di vista.
Risolto eventualmente il problema delle tre sezioni locali, resta il tragico problema del progetto di demolizione sistematica dello Stato di diritto, condiviso dai nostri amministratori i quali, non soltanto non informano la cittadinanza sulla realtà dei fatti, ma si limitano ad esprimere generici impegni per derogare da una legge che approvano nella forma e nella sostanza.

giovedì 28 luglio 2011

Scuole senza presidi e senza vice

La scuola pubblica è sempre al centro della politica aggressiva e sistematica del governo che intende colpire i diritti costituzionali all'istruzione e alla formazione, all'uguaglianza di opportunità e al riconoscimento del merito.

Ulteriori tagli di risorse colpiscono ora le presidenze e le vicepresidenze, con gravi conseguenze sulla gestione, sul funzionamento e sulla didattica.




Istruzione, scatta la manovra migliaia di scuole senza presidi
Duemila istituti minori non avranno più un dirigente, molti dovranno trasferirsi. Ma già ora, per effetto dei tagli, sono oltre 2500 le sedi gestite contemporaneamente dallo stesso dirigente. E la didattica va in affanno
di SALVO INTRAVAIA

Il governo colpisce il vertice dell'istruzione pubblica mettendone a rischio la governabilità. Per effetto della manovra, sulle presidenze di tutta Italia sta per abbattersi un vero e proprio ciclone. Quasi 2 mila piccoli istituti rimarranno per sempre senza un preside titolare e migliaia di dirigenti scolastici saranno costretti a fare la spola fra due scuole. Centinaia di colleghi, per effetto della norma taglia-dirigenze, dovranno fare le valigie e cercarsi in fretta e furia un'altra sede e migliaia di scuole non potranno più avere il vicario con l'esonero o il semiesonero dall'insegnamento per affiancare il preside nella gestione della scuola.

L'Andis, l'Associazione azionale dirigenti scolastici, "rileva la preoccupante situazione di criticità che viene a determinarsi nella gestione delle istituzioni scolastiche". E "pur nella consapevolezza che il problema del debito pubblico è serio - prosegue il comunicato sulla manovra dell'ufficio di presidenza dell'Andis - auspicando analoga riflessione anche sui costi della politica, l'Andis ritiene indispensabile il coinvolgimento dei dirigenti scolastici in tutte le sedi decisionali, nazionali e regionali, per limitare i possibili danni derivanti da scelte improvvisate e meramente ragionieristiche, che danneggerebbero irrimediabilmente il sistema scolastico nazionale di istruzione".

E la recente mozione della Struttura nazionale dei dirigenti scolastici della Flc Cgil chiede addirittura "la cancellazione dalla manovra finanziaria delle misure che riguardano la scuola", facendo "appello a tutti i soggetti interessati alla qualità e al futuro della scuola pubblica statale affinché cessino gli attacchi continui e siano ripristinate le condizioni necessarie a garantire la sua esistenza". Per comprendere la levata di scudi delle associazioni dei dirigenti scolastici contro il provvedimento approvato qualche giorno fa dall'esecutivo occorre esaminare il testo della manovra che riguarda la scuola.

Secondo l'articolo 19 della manovra, immediatamente in vigore, tutte le istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni - 300 nelle piccole isole e nei comuni montani - non hanno più diritto ad avere un dirigente scolastico titolare.
Dovranno accontentarsi di un reggente: un dirigente titolare presso un'altra scuola che avrà il compito di badare anche alla piccola scuola che gli verrà assegnata. Sono circa 2 mila le scuole sottodimensionate. Quelle che a settembre sono già senza un preside si vedranno assegnare un reggente. E quelle che ne hanno uno, il cui contratto scade il 31 agosto prossimo, saranno nella stessa situazione. Conserveranno il preside full time per uno o due anni ancora, le piccole scuole dove il contratto del dirigente scolastico scadrà nel 2012 o nel 2013.

Alla mezza rivoluzione sui piccoli istituti si aggiunge la vacatio già esistente: 2.546 sedi vacanti che costringeranno altrettanti presidi a gestire contemporaneamente due scuole. La situazione è preoccupante in Lombardia, dove a settembre un terzo delle 1.305 istituzioni scolastiche avranno la poltrona della presidenza vacante. In più, la manovra prevede che al più presto le regioni adottino piani della rete scolastica che eliminino le direzioni didattiche e le scuole medie a favore di istituti comprensivi con almeno 1.000 alunni. Un'altra rivoluzione che richiederà, sempre che le regioni non si oppongano all'intrusione su competenze di loro pertinenza, lo smembramento e il successivo riaccorpamento di migliaia di plessi scolastici in tutta Italia.

Ma la governabilità delle scuole è a rischio anche per la norma che taglia esoneri e semiesoneri per i vicari. Fino all'anno scorso, le scuole con un numero di classi compreso fra 44 e 54 con almeno due plessi potevano richiedere l'esonero dall'insegnamento per il vicario. Stesso discorso per scuole con un numero di classi compreso fra 35 e 39, il cui vicario aveva il diritto all'esonero per metà dell'orario. Ma a settembre occorrerà avere almeno 55 classi per l'esonero e 40 per il semiesonero. Le scuole che non potranno più avere il vicario a disposizione della scuola saranno almeno 3 mila e se la scuola avrà anche un preside reggente diventerà un problema gestirla.

[...]



(La Repubblica, 19 luglio 2011)

domenica 3 luglio 2011

Tv e scuola alla festa del PD di Fidenza





Egemonia sottoculturale televisiva e distruzione della scuola pubblica: reading/dibattito tra Massimiliano Panarari e Angelo Conforti: 8 Luglio 2011 ore 20.30 alla Festa del PD di Fidenza





lunedì 25 aprile 2011

La scuola e la Costituzione


Pronta risposta del governo al dibattito tra i più autorevoli intellettuali su scuola pubblica e democrazia.
La scuola pubblica è un'istituzione fondamentale della Repubblica, un pilastro della Costituzione.
La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato.
Il governo agisce al di fuori della Costituzione, al di fuori della legge...

Da La Repubblica del 20 aprile 2011:


Nel futuro dell'Italia si spenderà sempre meno per l'istruzione statale. Il Def (il Documento di economia e finanza) presentato dal premier Silvio Berlusconi qualche giorno fa, spiega tutto. Meno risorse per il personale della scuola, che dopo la cura da cavallo da 87 mila cattedre e 42 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario), subirà ulteriori riduzioni. Stipendi più leggeri per gli insegnanti. E una quota sempre più bassa di ricchezza del Paese destinata a scuola e università. Ma non solo: il documento prevede anche una non meglio specificata "riduzione strutturale della popolazione scolastica".
Ovviamente, quella a carico dello Stato.

Ma andiamo con ordine. "La spesa per l'istruzione - recita il Def - presenta una significativa riduzione per effetto delle misure di contenimento della spesa per il personale, a cui segue un andamento gradualmente decrescente nel trentennio successivo, dovuto alla riduzione strutturale della popolazione scolastica".

[...] l'eventuale ricchezza prodotta dal Paese nei prossimi anni potrebbe essere spostata altrove: la quota di Pil attualmente impegnata nell'istruzione, il 4,2 per cento, calerà al 3,7 per cento nel 2015 e addirittura al 3,4 nel 2060. "La previsione delle spese per l'istruzione - spiega Tremonti - ingloba gli effetti di contenimento della spesa derivante dal processo di razionalizzazione del personale della scuola pubblica anche attraverso la riduzione del gap nel rapporto alunni/docenti rispetto agli altri paesi".

"E la previsione - continua - tiene conto degli effetti indotti dalle misure di blocco, senza possibilità di recupero, delle procedure contrattuali per il triennio 2010/2012 e del blocco del meccanismo automatico delle progressioni stipendiali per il periodo 2011/2013". Che tradotto dal burocretese significa due cose: niente contratto per il personale della scuola almeno fino al 2013 e scatti "congelati" per un triennio. Quello che più temevano i docenti, che vedranno calare il potere d'acquisto delle proprie retribuzioni.

Ma la scuola dovrà fare i conti anche con l'effetto di trascinamento della riforma Gelmini che continuerà a mietere posti di lavoro per il futuro. La riforma dei licei, a titolo di esempio, il prossimo anno interesserà le seconde classi e dovrà ancora dispiegare i suoi effetti fino alla quinta. Con le immancabili ripercussioni sul futuro dei precari che troveranno più difficoltà ad accedere al ruolo.

(Salvo Intravaia)

La scuola e la democrazia

Anche Umberto Galimberti sviluppa un'argomentazione che da oltre 15 anni Scuola Democratica ha cercato di portare all'attenzione dell'opinione pubblica:



Il lettore Nino Gernone che ringrazio, mi ha fatto pervenire questo brano di Piero Calamandrei tratto dal suo Discorso pronunciato al 3° Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950. Sono passati sessant’anni e questo discorso sembra una profezia che rende evidente il fatto che mai è scongiurato il pericolo di passare da un «totalitarismo aperto e confessato» a un «totalitarismo subdolo, indiretto e torbido». Continuiamo a ritenerci un paese democratico probabilmente perché siamo liberi di votare ma, come ci ricorda Giovanni Sartori, le elezioni sono solo un dei tanti modi possibili di eleggere i capi, la democrazia è ben altro. È innanzitutto scuola e istruzione, perché quando il popolo diventa gregge, ce lo ricorda Nietzsche, «altro non desidera che l’animale capo».
Uno dei modi per desensibilizzare un popolo al bisogno di democrazia è impoverire la scuola, sottraendole i mezzi finanziari necessari per compiere quel lavoro fondamentale che è l’educazione dei giovani. Ridurre il numero dei maestri e dei professori, aumentare il numero degli studenti nelle classi significa semplicemente rendere impossibile qualsiasi processo di istruzione e di educazione, e trasformare la scuola in un semplice parcheggio di ragazzi a tutt’altro interessati, che si fatica persino a tener disciplinati. Io non penso che ciò avvenga solo per ragioni finanziarie.
In fondo un popolo incolto, o educato solo dalla televisione, è più facile da governare.(Umberto Galimberti, La Repubblica D 218, 23 APRILE 2011)

venerdì 22 aprile 2011

La scuola e il pensiero critico

Riportiamo un articolo tratto da La Repubblica, in cui l'autorevole filosofa Martha C. Nussbaum sviluppa in modo chiaro una serie di argomentazioni che da anni Scuola Democratica sostiene.







A COSA SERVE STUDIARE


IL FASCINO DI VEDERE IL MONDO CON GLI OCCHI DEGLI ALTRI
15 aprile 2011 — pagina 54 sezione: CULTURA





Dove va oggi l'istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l'istruzione è ciò che crea quell'atteggiamento mentale. Malgrado ciò, assistiamo a cambiamenti radicali nella pedagogia e nei programmi scolastici, sia nelle scuole che nelle università, cambiamenti sui quali non si è riflettuto a sufficienza. La maggior parte dei Paesi moderni, ansiosi di crescere economicamente, hanno cominciato a pensare all' istruzione in termini grettamente strumentali, come ad una serie di utili competenze capaci di produrre un vantaggio a breve termine per l'industria. Ciò che nel fermento competitivo è stato perso di vista è il futuro dell'autogoverno democratico. Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è «un cavallo nobile ma indolente». Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l'autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento. Oggi la ricerca psicologica conferma la diagnosi di Socrate: la gente ha la preoccupante tendenza a sottomettersi all'autorità e alle pressioni sociali. La democrazia non può sopravvivere se non poniamo un limite a questi pericolosi atteggiamenti, coltivando l'attitudine a pensare in modo curioso e critico. Fin dal tempo in cui Socrate esortava gli ateniesi a non «vivere una vita senza indagine», sono soprattutto gli studi umanistici, e in particolare la filosofia, a permettere di coltivare tali capacità. Coltivare l'argomentazione di Socrate favorisce inoltre un sano rapporto tra i cittadini nel momento in cui essi discutono di importanti questioni all' ordine del giorno. I mezzi di comunicazione moderni amano le frasi lapidarie e la sostituzione di un'autentica discussione con l'invettiva. Ciò crea una cultura politica degradata. In un corso di filosofia, invece, gli studenti imparano a sviscerare l'argomentazione dell'avversario e a chiedere quali sono gli assunti sui quali essa si basa. Nel fare ciò, spesso gli studenti scoprono che le due parti, in realtà, hanno molto in comune e sorge in loro la curiosità di vedere in cosa realmente essi divergono, anziché considerare la discussione politica semplicemente un mezzo per segnare punti a favore della propria squadra e di umiliare l'avversario. La filosofia contribuisce così a creare uno spazio realmente deliberativo e questo è ciò di cui abbiamo bisogno, se vogliamo risolvere gli enormi problemi che affliggono tutte le democrazie moderne. Ai cittadini occorre anche la conoscenza della storia, i fondamentali delle principali religioni e del modo in cui funziona l'economia globale. Ancora una volta, gli studi umanistici sono essenziali a questo sforzo di comprensione globale: lo studio della storia del mondo e delle principali religioni, lo studio comparato della cultura e la comprensione di almeno una lingua straniera, sono tutti elementi essenziali nel favorire una sana discussione circa i pressanti problemi del mondo. Inoltre, questo insegnamento storico deve includere un elemento socratico: gli studenti devono imparare a valutare l'evidenza, a pensare da soli sui diversi modo in cui essa può essere collocata e messa in atto nella realtà attuale. Perciò, per realizzare un'idea soddisfacente di cittadinanza globale, abbiamo bisogno anche della filosofia. Infine, i cittadini devono essere in grado di immaginare come appare il mondo agli occhi di coloro che si trovano in una situazione diversa dalla loro. Gli elettori che prendono in esame una proposta che interessa gruppi diversi (razziali, religiosi, ecc.) all' interno della loro società, devono essere in grado di immaginare le conseguenze che tali proposte hanno sulla vita delle persone reali e ciò richiede un' immaginazione coltivata. In che modo si coltiva l'immaginazione? Tutti noi veniamo al mondo muniti di una rudimentale capacità di positional thinking, di pensare dal punto di vista degli altri, ma tale capacità, solitamente, opera in un ambito limitato, nella sfera familiare, e richiede un ampliamento e un perfezionamento intenzionali. Questo significa che abbiamo bisogno della letteratura e dell' arte, attraverso le quali raffiniamo quello che il grande romanziere afro-americano Ralph Ellison definiva il nostro "occhio interiore", imparare a vedere coloro che sono diversi da noi non soltanto come un minaccioso "altro" ma come esseri umani totalmente eguali, con aspirazioni e obiettivi propri. Ciononostante, in tutto il mondo, gli studi umanistici, l'arte e persino la storia vengono eliminati per lasciare spazio a competenze che producono profitti, che mirano a vantaggi a breve termine. Quando ciò avviene, le stesse attività economiche ne risentono, perché una sana cultura economica ha bisogno di creatività e di pensiero critico, come autorevoli economisti hanno sottolineato. Di recente, la Cina e Singapore, Paesi che certamente non hanno a cuore lo stato di salute della democrazia, vedendone l' importanza ai fini dell' innovazione e della creazione di un ambiente di lavoro non corrotto, hanno attuato vaste riforme dell' istruzione, tali da conferire maggiore centralità agli studi umanistici e all'arte, sia nei programmi scolastici che in quelli universitari. Dunque, nel lungo termine, la contrazione dell' istruzione in realtà nuoce al benessere economico. Anche laddove ciò non accade, gli studi umanisticie l'arte sono essenziali per il genere di governo democratico che le nazioni hanno scelto e per il tipo di società che esse desiderano essere. Dobbiamo opporci con forza ai tagli agli studi umanistici, sia nell'istruzione scolastica che in quella superiore, affermando con fermezza che tali discipline apportano elementi senza i quali le democrazie moderne, come quella ateniese prima di Socrate, sarebbero ancora una volta dominate da una mentalità gregaria e dalla deferenza verso i capi carismatici. Questo sarebbe uno scenario terribile per il nostro futuro. (Traduzione di Antonella Cesarini) - MARTHA C. NUSSBAUM

sabato 16 aprile 2011

La scuola privata e la Costituzione



Il capo del governo attacca la scuola pubblica e dichiara: "Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori".


Lasciando da parte gli aspetti di tale dichiarazione che si commentano da sé, sulla libertà educativa il premier dimentica qualcosa.


Dimentica prima di tutto che le scuole private sono in gran parte finanziate dalle imposte che pagano tutti i cittadini.


Dimentica anche che la Costituzione prevede che "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato" (art 33 c 3).


Pertanto Scuola Democratica propone la seguente iniziativa:


chiedere nei modi previsti dalla legge che il finanziamento per le scuole private sia tolto dalla fiscalità generale e inserito in una categoria tipo 8 x 1000 o 5 x 1000, insomma reso volontario, con provvedimento ad hoc analogo a quelli citati sopra.


E' anticostituzionale l'obbligo per tutti i cittadini di finaziare le scuole private. La stessa Costituzione impone infatti anche che "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi" (art. 2 c.2).

lunedì 7 marzo 2011

La distruzione della scuola pubblica


Sta per giungere a compimento il triennio programmato nel 2008 (legge 133 art. 64) per la demolizione della scuola pubblica italiana.


Il prossimo anno scolastico, da settembre, 19.700 cattedre in meno, 14 mila addetti del personale non docente in meno, più alunni iscritti con 10.617 classi in meno: cioè, aule con più di 30 studenti, in alcuni casi anche 35, in alcuni altri casi fino a 40.


Ma, purtroppo, dell'art. 64 della legge 133 non si è preoccupato nessuno tre anni fa: non i sindacati, non i politici, non gli intellettuali illuminati che ora si accorgono, un po' troppo tardi, che la scuola pubblica è stata colpita a morte. Ora la vorrebbero difendere. ma non bisogna difenderla: bisogna ricostruirla, perché sta per esser ridotta in macerie e con essa l'Italia intera.


Già, perché sindacalisti, politici, intellettuali, non si sono forse ancora accorti che la crescita civile, culturale, sociale e anche economica di un Paese inizia dalla scuola pubblica.


Noi siamo stati tra i pochi ad aver lanciato subito l'allarme, inascoltati.

venerdì 11 febbraio 2011

L'indignazione della società civile

Il documento che segue esplicita il programma di applicazione dell'art. 64 della legge 133/2008, cioè l'innalzamento del numero degli alunni per classe (Tabella 1, Tabella 2, Tabella 3) rispettivamente del 20%, del 10% e del 10% in tre anni (si arriverà a quasi 40 studenti per classe!). Nello stesso periodo i docenti sono ridotti di 87.400 unità e di 44.500 gli ATA (un'impressionante licenziamento di massa).
A ciò si aggiunga il blocco delle retribuzioni dei docenti, che sono già le più basse del mondo.
Queste non sono questioni sindacali, contrattuali o, peggio, corporative, che riguardano una categoria di cittadini. Sono problemi che incidono sull'interesse generale, sulla crescita culturale e civile dei cittadini e della nazione.
La società civile dovrebbe indignarsi non solo per il Rubygate, ma soprattutto per la distruzione della scuola pubblica, l'unica fonte insostituibile per la formazione di una cittadinanza consapevole.


Scuola e televisione: il declino dell'Italia

Articolo sulla presentazione del libro su Il Giò


martedì 4 gennaio 2011

Fallisce il "divide et impera" travestito da meritocrazia

Sta fallendo il goffo, ridicolo, propagandistico e reazionario tentativo del governo di sperimentare una sorta di pseudo-meritocrazia nella scuola pubblica. L'unica trincea che ancora resiste ai "valori" della privatizzazione di tutto, dell'abolizione dei diritti, del mito della competizione truccata è la scuola pubblica, per sua natura laica e pluralista. Perciò il governo del non fare e del distruggere quel che c'è di buono , il governo populista e pseudo-plebisicitario (sondaggistico: i plebisciti veri li perderebbe) vorrebbe annientarla al più presto. Per ora il progetto sta fallendo. Per salvare l'Italia bisognerebbe davvero farlo fallire definitivamente. Per una vera riforma della scuola nell'interesse dei cittadini italiani, bisogna pagare di più TUTTI i lavoratori della scuola (vedi medie OCSE in questo blog) e assumere i precari sulle cattedre vacanti da decenni, ma non è certo questo governo degli affari privati che può interessarsi davvero di istruzione.
Cfr. "Pagelle ai prof, il flop del progetto" su Repubblica.it