domenica 23 ottobre 2016

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venerdì 25 marzo 2016

Informazione fuorviante sui prof

Questa tabella è apparsa su Affari e finanza (supplemento de La Repubblica) del 21 marzo 2016.
Era a supporto di un articolo sui dirigenti scolastici nella sezione "lavoro & professioni".
L'articolo, dunque, non si occupava di insegnanti, tuttavia, come se niente fosse, accreditava un'informazione del tutto falsa e fuorviante sulla professione docente della scuola pubblica italiana. 
Ci sembra scandaloso che ancora, dopo tanti anni di dibattiti sul tema, si possa costruire un grafico in cui le ore di lavoro dei docenti siano paragonate a quelle dei dirigenti o dei collaboratori.
Le ore attribuite in tabella al personale docente sono, infatti, soltanto quelle di didattica cosiddetta frontale (25, 24 o 18, secondo i casi) e NON le ore di lavoro settimanale che includono numerose, impegnative e fondamentali attività (ricerca, documentazione, predisposizione dei contenuti e degli strumenti, correzione e valutazione degli elaborati, attività collegiali di programmazione e di valutazione, rapporti scuola-famiglia, ecc.).
Occorre ribadire con molta forza che la media settimanale delle ore di lavoro dei docenti della scuola pubblica in Italia non è mai inferiore alle 40 ore (includendo nella media anche i periodi di sospensione della didattica).
Fin tanto che questo punto fondamentale non sarà definitivamente acquisito dall'opinione pubblica, non sarà possibile valorizzare adeguatamente la professione docente e, solo così, ottenere tutti quei risultati che si generano in una società che pone la conoscenza e la formazione al centro della propria dinamica di sviluppo.

martedì 28 luglio 2015

La scuola di Stato e l'egemonia ideologica del neoliberismo (panettoni e studenti)



Renato Farina, già assurto all'onore delle cronache per aver esercitato contemporaneamente la professione del giornalista e quella dell'agente segreto, su Il Giornale del 26 Luglio 2015 pubblica un articolo molto istruttivo su come l'ideologia neoliberale e neoliberista, impostasi nel mondo occidentale a partire dagli anni '80 del 1900, stia tentando di abbattere definitivamente, nell'opinione comune, la centralità costituzionale della scuola pubblica, in nome dei principi della libera concorrenza, spacciata come autentico pluralismo, e della libertà educativa (che è libertà di scelta dei genitori, ma non è certo libertà dei figli). Nel suo delirio il concetto stesso di scuola pubblica non è contemplato. Per lui la scuola pubblica è scuola di Stato e lo Stato è concepito come un'entità assoluta, quasi personificata, di matrice, chissà perchè, sovietica. Per l'ex agente Betulla, sospeso per un po' di tempo dalla professione giornalistica (ma non avrebbe dovuto esser radiato?), lo Stato è sempre e soltanto sovietico, non può mai essere fascista o nazista (in tal caso forse si farebbe un'eccezione), ma soprattutto non può identificarsi con i cittadini e con la democrazia.
Il sedicente giornalista, rievocando il tempo in cui lo Stato italiano, tramite l'Iri, fabbricava panettoni con i marchi Motta e Alemagna, ignorando totalmente cosa sia la scuola pubblica in Italia, la paragona ad una fabbrica di panettoni: "I  ragazzi  invece  vanno  impastati  proprio  come  panettoni  di  Stato,  dall'Iri delle   coscienze,  ma senza   neanche   la   possibilità   di   servirsi   dalla concorrenza, secondo una ricetta unica, e zuccherati e imbottiti di canditi rossi nelle premiate fabbriche  ministeriali" (Farina, cit.).
Eppure, nonostante il livello rozzamente dilettantesco delle pseudoargomentazioni svolte, l'articolo rispecchia pienamente l'ideologia neoliberale che ha conquistato una straripante egemonia nel pensiero economico e governa di fatto il mondo.

 
Lo racconta con efficacia Luciano Gallino su La Repubblica del 27 Luglio 2015 in un corsivo dal titolo "La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo" e così ne riassume i principi: "[...] la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell'uno e dell'altro".
Le conseguenze di questo totalitarismo del mercato e del capitale, nonostante i suoi evidenti e clamorosi fallimenti, sono devastanti: "A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps [Mont Pélerin Society, l'associazione di economisti, che prende il nome dal luogo in cui è stata fondata nel 1947] il sistema finanziario domina la politica non meno dell'economia — come ha dimostrato per l'ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l'università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l'Italia, in modo da funzionare come aziende" (Gallino, cit.).
Questo è appunto il pensiero dominante di cui anche il pezzo di Farina si fa portatore, sia pur in tono minore, e di cui anche la Chiesa cattolica romana si fa oggettivamente complice, pretendendo di usufruire di agevolazioni che la Costituzione non contempla.
Conclude Gallino, invocando Gramsci, che occorrerebbe cimentarsi "a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell'importanza economica e politica dei beni comuni sull'assurdità della privatizzazioni?"
Aggiungiamo che, per parte nostra, cerchiamo di provare ogni giorno, con argomenti che ci paiono molto solidi, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della scuola pubblica (non "di Stato") su quella privata.

mercoledì 22 luglio 2015

Un pessimo avvio per la "buona scuola"?



L'avvio del primo anno della cosiddetta "buona scuola" partorita dal premier Renzi e dal ministro Giannini non ha quasi nulla di buono, se stiamo alle previsioni.
Ecco i numeri:

  1. mancheranno 1700 dirigenti. Le scuole sottodimensionate avranno un dirigente reggente, titolare in un altro istituto di maggiori dimensioni, e un vicario senza esonero, con gli intuibili problemi di gestione che ne seguiranno.
  2. i vicari non potranno essere esonerati, prima che si attui il cosiddetto "organico potenziato" (vedi oltre).
  3. all'appello all'inizio delle lezioni forse mancheranno circa 2000 insegnanti.
  4. le "assunzioni" dei circa 103.000 precari avverranno in 4 fasi: la prima e la seconda (che riguardano poco meno della metà degli aventi diritto) dovrebbero concludersi prima dell'inizio dell'attività didattica, la terza e la quarta forse termineranno più tardi, si spera entro novembre.
  5. solo la terza e la quarta fase daranno luogo alla costituzione dell'organico potenziato che consentirà di esonerare il vicario: più tardi ciò potrà avvenire (c'è chi teme che si vada a gennaio 2016), maggiori saranno i problemi organizzativi e di gestione soprattutto per gli istituti più grandi. 
Una precisazione finale: abbiamo messo assunzioni tra virgolette, perché sarebbe più giusto dire stabilizzazioni. I precari che saranno "assunti", infatti, lavorano da anni come supplenti annuali su cattedre vacanti nella scuola pubblica, al cui buon fiunzionamento hanno dato un contributo rilevante anche in termini di qualità, ma per un'anomalia tipicamente italiana, non a caso condannata dalla Corte europea, non sono mai stati stabilizzati.

giovedì 2 aprile 2015

L'annientamento dei proff



Questa celebre vignetta rende perfettamente l'idea dei risultati ottenuti in quarant'anni dai governi della Repubblica italiana che, oltre a distruggere sistematicamente la scuola pubblica, hanno progressivamente ridimensionato il fondamentale ruolo sociale dei docenti e calpestato la loro professionalità. Ora, come ci racconta Corrado Zunino su La Repubblica (Studenti contro professori: le nostre classi diventano un ring), gli studenti, e anche i genitori, hanno imboccato la strada della criminalità vera e propria. Senza una decisa inversione di tendenza, che invochiamo da molti anni, fatta di provvedimenti che restituiscano centralità alla professione docente, il degrado sociale e culturale del Paese diventerà sempre più grave e forse irreversibile.

venerdì 5 dicembre 2014

Le contraddizioni del concorsone di Profumo mettono nei guai il governo Renzi





In un post di venerdì 21 settembre 2012 (allegato in coda) avevamo parlato della megalomania e dell'incompetenza (unite assieme formano quasi sempre un mix fatale) dello pseudoministro dell'istruzione di allora, Profumo, che aveva deciso di lasciare il segno della sua apparizione sul palcoscenico sempre più screditato della politica italiana bandendo un concorso, di cui cercavamo di indicare alcuni profili di contraddittorietà e di disprezzo per il diritto (tema che avevamo ripreso en passant, in un post del 1 settembre 2013, parlando della politica scolastica dell'evanescente governo Letta e del suo inesistente ministro Carrozza).

Ora i nodi dell'assurda decisione di Profumo vengono al pettine: il governo italiano, giustamente bacchettato dalla Corte di Giustizia europea per l'illegittima gestione delle supplenze nella scuola, dovrà assumere gli idonei al concorso, anche se non hanno mai insegnato, che scavalcheranno i precari già abilitati con anni di insegnamento alle spalle e inclusi nelle graduatorie ad esaurimento. Senza contare altre categorie di supplenti di istituto, con esperienza pluriennale ma non inseriti in graduatorie.
Che il cosiddetto concorsone fosse il parto di una mente obnubilata dalla completa ignoranza dei problemi in gioco l'avevamo già sottolineato, soprattutto perché rispondeva ad una logica di reclutamento del personale docente priva di senso, ma ora le contraddizioni, che l'attuale governo dovrà risolvere, si fanno palesi e sono ben illustrate, anche negli aspetti di vera e propria comicità, da Salvo Intravaia su La Repubblica, a cui rinviamo.

Per documentarsi sulla sentenza della Corte Europea vd. Corrado Zunino su La Repubblica.

 Il nostro post del 21 settembre 2012:
In un'Italia che avrebbe più che mai bisogno di un nuovo Umanesimo e di una visione filosofica della crisi, ma è governata da economisti e finanzieri, il ministro dell'istruzione Profumo, un ingegnere elettrotecnico con un curriculum di altissimo profilo, il classico personaggio che siede in tanti consigli di amministrazione, che sembra essere un esperto di ricerca scientifica e tecnica (e solo quella, forse), dimostra, da buon ingegnere, una straordinaria incompetenza nel campo filosofico, pedagogico e didattico. Infatti, non rassegnandosi a non lasciar il segno, pur non essendo stato eletto da nessuno, ha deciso di bandire un concorso per l'assunzione di nuovi docenti, che, riproponendo in gran parte le folli idee che già aveva partorito il ministro di Prodi, Luigi Berlinguer, nel 1999, rispolvera pazzesche concezioni del reclutamento dei docenti e dell'accertamento delle competenze didattiche che farebbero contemporaneamente ridere e piangere tutti i pedagogisti della storia della civiltà umana.
Non bastasse questo, il concorso presenta profili di illegittimità sconcertanti, che fanno sembrare lo Stato italiano uno di quei furfantelli che, nei confronti dei cittadini, praticano il gioco delle tre carte, cambiando di nuovo, pur senza averne alcun titolo, le regole per l'assunzione dei docenti e annullando, quasi di colpo, le regole precedenti.
  1. Si tratta di un concorso a cattedre, non abilitante, quindi anche chi risultasse idoneo, ma non vincitore di cattedra, non conseguirebbe l'abilitazione.
  2. Ma soprattutto azzera tutte le graduatorie precedenti: ciò significa che:
  •  chi ha ottenuto l'abilitazione in concorsi precedenti ed è in "lista d'attesa" per l'assunzione non ha più diritto a entrare in ruolo, se non partecipa al concorso e non si piazza in posizione utile;
  • riserva la stessa sorte per chi ha conseguito una o due o più abilitazioni e magari anche qualche specializzazione nelle precedenti SSIS;
  • considera pressoché nulla l'esperienza professionale maturata da quei precari, tutti o quasi già pluriabilitati, che hanno avuto supplenze o incarichi annuali negli ultimi anni.
La frettolosa abolizione delle SSIS, che si fondavano sul giusto principio del tirocinio, e la riproposizione di un concorso che prevede procedure (come il "quizzone" a risposta multipla o la lezione simulata) a dir poco grottesche per chi conosce la professione docente, si rivela l'ennesimo imbroglio dello Stato italiano nei confronti dei propri cittadini.

martedì 2 dicembre 2014

Renzi e Giannini come Berlusconi e Brichetto Moratti?

La Camera ha approvato un emendamento di Forza Italia alla legge di stabilità (tra i relatori il professore che non ha mai vinto un concorso Renato Brunetta; vedi articolo di Salvo Intravaia su La Repubblica) che vuol far tornare la scuola italiana ai tempi del governo Berlusconi con ministro Brichetto Moratti, con il classico provvedimento demagogico e favorevole alle scuole private (paritarie per "merito" di un ministro di sinistra!): tutti commissari interni alle commissioni di maturità! 
Ora tocca al Senato, poi eventualmente al ministro Giannini, che ha già dimostrato una buona dose di incompetenza e di populismo, dicendosi favorevole al provvedimento. A parte la violazione di convenzioni formali con la Francia per il doppio diploma EsaBac, è una mossa ridicola (i commissari interni hanno già valutato gli studenti 20 giorni prima), contraddittoria e destinata a precipitare l'Italia in un abisso sempre più profondo.




lunedì 10 marzo 2014

Verso la distruzione definitiva della scuola pubblica?

La piena uguaglianza tra scuola pubblica e scuola privata, che è nei programmi del governo Renzi e del Ministro dell'istruzione Giannini, oltre a fondarsi su un principio più contraddittorio che discutibile, nasconde un grave rischio per la scuola pubblica e prelude alla deriva verso la totale privatizzazione dell'istruzione in Italia, come ben argomenta Nadia Urbinati su La Repubblica. Questo garantirebbe all'Italia la fine della democrazia e dello Stato di diritto nonché il tracollo economico irreversibile, a causa dell'azzeramento della mobilità sociale, derivante da una scuola classista, riservata di fatto ai più abbienti. E' un tema che merita un approfondimento adeguato e, soprattutto, richiederebbe una battaglia politica dura e senza tregua.

sabato 1 marzo 2014

Scuola pubblica, scuola privata, libertà educativa e nuovo governo

"La libertà di scelta educativa - ha puntualizzato il ministro Giannini - è un principio europeo ed è un principio di grande civiltà". 
Ma che cos'è la libertà educativa? Educare i propri figli secondo i propri valori, per esempio quelli della fede cristiana? 
Ma questa libertà educativa non viola la libertà dei figli di essere educati innanzitutto alla libertà (quella di pensare, per esempio)? 
Non è la scuola pubblica, laica e pluralista, l'unica a garantire questa libertà, che è quella dei figli, di non essere semplici destinatari di valori già scelti da altri, nel nome della libertà di altri?


sabato 26 ottobre 2013

Compensi del servizio pubblico e spesa pubblica







Come si fa a ridurre la spesa pubblica in Italia? La ricetta del governo è semplice: si bloccano le retribuzioni dei dipendenti pubblici, tra cui gli insegnanti, ma non quelle dei politici o i compensi dei dipendenti della Rai, per esempio. Il nuovo slogan propagandistico è: mettere al centro il lavoro, ma forse quello dei dipendenti pubblici non è lavoro per i nostri governanti!
Le retribuzioni dei professori della scuola pubblica italiana sono le più basse della media Ocse. Inoltre ora, per effetto di una serie di leggi finanziarie, sono bloccate da sei anni e lo saranno ancora fino al 2017. Già adesso hanno perso circa 4.000 euro all'anno.
Per fortuna il governo attuale ha sbandierato la necessità di elevare il potere d'acquisto dei lavoratori. Forse, allora, i professori non sono considerati lavoratori dal governo? Forse il governo ignora che, oltre a svolgere l'unica attività davvero utile a far crescere il Paese (come confermano tutte le inchieste di organismi internazionali molto autorevoli), sono anche tra i pochi lavoratori a pagare tutte le imposte più gravose del mondo?
L'unico modo per ridurre la spesa pubblica è quello di bloccare i rinnovi contrattuali degli insegnanti, azzerare l'indennità di vacanza contrattuale e interrompere l'automatismo dell'anzianità?
Invece i compensi della Tv pubblica a pseudo-giornalisti come Bruno Vespa (contratto triennale di 6 milioni e 300 mila) o Fabio Fazio (contratto triennale di oltre 5 milioni) o Giovanni Floris (non si sa ancora), e altri, non costituiscono oggetto di possibile intervento per ridurre le spese? Evidentemente questi "professori", che danno un grande contributo nel rendere i cittadini italiani sempre più ignoranti (i più ignoranti del mondo, dicono i dati, grazie soprattutto a 30 anni di Tv ormai tutta formato Mediaset) e che hanno come unico argomento ormai da oltre 20 anni il padrone di Mediaset, sono ritenuti funzionali a mantenere in vita un ceto politico che spende per se stesso cifre doppie o triple rispetto a entità politiche molto più importanti come gli stessi Stati Uniti, ad esempio.


mercoledì 9 ottobre 2013

Italiani analfabeti (scuola e televisione)

Nel 1995, Scuola Democratica, non ancora blog, su mezzi di comunicazione tradizionali scriveva: «La nuova classe dirigente deve agire in fretta se vuole ricondurre l’Italia nel novero dei paesi civili e democratici: investire nella scuola ingenti risorse finanziarie; valorizzare le risorse umane e professionali che già esistono, riconoscendole con adeguate retribuzioni e opportuni incentivi; potenziare e diversificare le offerte formative, trasformando tutti gli istituti scolastici in luoghi accoglienti e in centri di crescita umana, personale e sociale. […] Non ci sono vie di mezzo: l’alternativa è il sottosviluppo, il degrado, l’umiliante impoverimento culturale che l’omologazione pantelevisiva rappresenta». A quasi vent'anni di distanza i risultati di quella facile profezia sono certificati dagli ultimi dati dell'Indagine PIAAC (Programme for the international assessment of adult competencies) dell'Ocse che vede gli italiani, dopo 30 anni di strapotere della sottocultura televisiva commerciale monopolistica, che ha invaso (per note ragioni politico-economiche) anche il servizio pubblico, plasmandolo a propria immagine e somiglianza, all'ultimo posto su 24 Paesi nelle competenze di comprensione di testi complessi (la "literacy proficiency"), di interpretazioni di grafici, tabelle e dati numerici (la "numeracy proficiency"). Inoltre si trovano in difficoltà anche nell'utilizzo delle nuove tecnologie digitali. L’approvazione della legge 112/2004 “Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI - Radiotelevisione italiana S.p.A., nonché delega al Governo per l'emanazione del testo unico della radiotelevisione”, la cosiddetta legge Gasparri, ha istituito il Sistema integrato delle Comunicazioni, legalizzando il monopolio televisivo privato. La legge n. 169/2008 che ha riordinato tutto il sistema scolastico (cosiddetta riforma Gelmini), con il supporto finanziario dell'art. 64 della legge 133/2008 (cosiddetta legge Tremonti), hanno ridotto le risorse per la scuola pubblica di 8 miliardi, aumentando il numero di studenti per classe, sopprimendo 90.000 cattedre, abolendo o riducendo alcune materie. L'interazione di queste vere e proprie controriforme ha certo molto contribuito ad aumentare la tendenza all'analfabetismo di ritorno degli italiani, che non a caso sono in testa anche al consumo di televisione, con tendenza all'aumento, proprio mentre stanno molto meno a scuola, per non dire dei cosiddetti Neet, che né studiano né lavorano.

domenica 1 settembre 2013

Il gioco delle tre carte


I governi italiani non sono mai riusciti a risolvere il problema della formazione e del reclutamento del personale docente della scuola pubblica che in altri Paesi non sembra essere affatto un problema. In seguito a ciò la scuola pubblica italiana genera precari e, per funzionare, si regge in parte significativa su di essi.
La precisa volontà politica di distruggere la scuola pubblica, perseguita scientificamente dai vari governi Mediaset, non ha mai trovato un'adeguata azione di contrasto da parte delle forze politiche di opposizione che, anche quando hanno, apparentemente, governato, non hanno mai affrontato con decisione il nodo della centralità della scuola pubblica nelle politiche di sviluppo del Paese.
In particolare, la questione della formazione e del reclutamento del personale è stata gestita con la tecnica truffaldina del "gioco delle tre carte", modificando continuamente le regole del gioco.
Sembrava che il problema avesse trovato una soluzione sistematica con l'introduzione  delle scuole di specializzazione all'insegnamento secondario (SSIS), istituite nel 1999. Vi si accedeva sulla base di un numero chiuso, definito annualmente dal Ministero. Avevano un valore formativo ed abilitante, sicché consentivano l'accesso ai ruoli, a seguito di un Esame di Stato conclusivo.
Ma, a partire dal 2007, i governi Mediaset hanno cominciato ad imbrogliare le carte, pretendendo di azzerare il valore abilitante delle SSIS mentre erano ancora in corso e poi sopprimendole e sostituendole con il cosidetto tirocinio formativo attivo (TFA), istituito dal 2011, che prevede dei complicati marchingegni di accesso.
A complicare ulteriormente le cose è poi arrivata la geniale trovata del ministro Profumo, uno dei più incompetenti ministri dell'istruzione che mai siano esistiti (esclusi i ministri Mediaset che sono fuori concorso, inimitabili e inarrivabili), che ha ideato il cosiddetto concorsone, indetto per coprire 11.542 cattedre in due anni. Sul merito "filosofico" (nel senso di filosofia della didattica) del concorsone, molto ci sarebbe da scrivere, ma qui interessa osservare che si è voluto reintrodurre il meccanismo del concorso, che sembrava poter essere superato con una metodologia di reclutamento sistematica con le SSIS prima e con il TFA dopo (che comunque resta in parallelo in vigore, creando un doppio canale di accesso e ingenerando ulteriore confusione, con violazioni varie di diritti derivati da legislazioni precedenti).
Adesso che la scuola ricomincia, gli aventi diritto (vincitori di concorso) immessi in ruolo non saranno il 50%, ma molti di meno, in quanto la cifra ufficiale sembra corrisponda a 3.123.
Se si considera che ogni anno lo Stato italiano stipula circa 100.000 contratti per incarichi e supplenze, è evidente che la soluzione del problema del reclutamento è stata soltanto ritardata e resa sempre più complicata, con clamorose violazioni di diritti acquisiti, da parte dei governi che si sono succeduti nella seconda Repubblica.
Quanto al governo Letta e al suo inconsistente ministro, la parola scuola non è mai stata pronunciata seriamente. Le priorità son ben altre: per esempio, detassare i proprietari di case di lusso, abolendo l'unica imposta sui patrimoni esistente in Italia, mentre si continua a gravare sul lavoro dipendente con la pressione fiscale più alta del mondo.
D'altra parte, Letta sta governando, o facendo finta, con il partito di Mediaset, quello stesso che la scuola pubblica l'ha voluta distruggere, prima con la legge 133/2008 ("legge Tremonti") poi con la controriforma Gelmini. Naturale che la scuola pubblica, unica vera leva per uscire dalla crisi culturale, morale, politica, economica e finanziaria del Paese, non possa essere un tema da affrontare, neppure per sbaglio.

sabato 30 marzo 2013

Analfabetismo: il vero problema italiano




Gli ultimi dati Ocse confermano l'alto tasso di analfabetismo di ritorno e di illetteralismo degli italiani: un grave deficit "che è anche un limite nell'esercizio di cittadinanza, e dunque un terribile avversario per la democrazia" (Simonetta Fiori, "I nuovi analfabeti", La Repubblica, 29/03/2013). 
Questo è il vero problema italiano, su cui Scuola Democratica insiste da tempo, ma che sembra "ignorato dalle nostre classi dirigenti" (Simonetta Fiori, cit.) o forse "cavalcato con lucido discernimento" (S. Fiori, cit.).

venerdì 29 marzo 2013

I-taglia la scuola



Per quanto riguarda le politiche sull'istruzione, che sono l'unica possibile chiave dello sviluppo compatibile e dell'uscita da una crisi che è soprattutto culturale, morale e civile, l'Italia sta facendo esattamente il contrario di quel che si dovrebbe fare ed è la prima quanto a riduzione della spesa nel settore: un ben triste primato, che dobbiamo soprattutto a ministri del calibro di Brichetto (detta Moratti), Gelmini e Profumo, e a governanti come Berlusconi e Monti. Ora dovremmo ribattezzarla "Itaglia".
Anche la Commissione Europea lo certifica ufficialmente, ma le forze che hanno "pareggiato" al Senato, e anche le altre, il problema dell'istruzione non l'hanno mai nominato nemmeno per sbaglio.
Noi non ci sentiamo itagliani, anche se per sfortuna e purtroppo lo siamo (modificando un po' Gaber).

L'Italia ha tagliato più di qualsiasi altro Stato europeo sull'istruzione e da Bruxelles arriva una autentica strigliata. "Sono tempi difficili per le finanze nazionali ma abbiamo bisogno di un approccio coerente in tema di investimenti pubblici nell'istruzione e nella formazione poiché questa è la chiave per il futuro dei nostri giovani e per la ripresa di un'economia sostenibile nel lungo periodo". Come dire: la crisi c'è ma occorre capire cosa tagliare. La tirata di orecchie all'Italia arriva direttamente dalla Commissione europea che ha passato in rassegna i bilanci dei 27 Paesi membri scoprendo che negli ultimi tre anni soltanto otto hanno tagliato sull'istruzione. E l'Italia è la prima.(La Repubblica).

lunedì 25 marzo 2013

Emergenza scuola pubblica

Mentre ribadiamo la validità e imprescindibilità del nostro programma politico per l'Italia (vedi sotto), constatiamo che l'attuale immediata emergenza del nostro Paese (impossibilità di costituire un governo) è aggravata dal fatto che una delle più determinanti e profonde emergenze (l'oblio della scuola pubblica) non è stata argomento della campagna elettorale né lo è ora nei discorsi della nuova "classe dirigente" (ahinoi!). 

L'ipotesi di larghe intese (Pd+Pdl) è un paradosso: il Pdl ha distrutto e vuol continuare a distruggere la scuola pubblica; il Pd in teoria dovrebbe riguadagnare una posizione di centrosinistra laico e di ricostruzione della "res publica" (privatizzata da 30 anni di craxo-berlusconismo). Mah!

Programma politico per l'Italia: 

1) a breve termine: creare lavoro per mezzo di 
a) detassazione del lavoro dipendente e delle pensioni al fine di 
   a1) aumentare il potere d'acquisto dei cittadini e 
   a2) rilanciare la produzione 
e per mezzo di 
b) investimenti nei settori che possono produrre ricchezza, cioè:
   b1) cultura 
   b2) turismo 
   b3) nuove tecnologie 
   b4) green economy. 

MA per rendere efficace la creazione di lavoro (vedi 1) e non perdere quasi subito il lavoro creato occorre 

2) a medio termine (ma da fare subito): tornare a investire sulla SCUOLA PUBBLICA per avere nuovi talenti nell'università e nella ricerca, capaci di produrre innovazione e sviluppo compatibile, quindi:
a) abrogare l'art. 64 della legge 133/2008 (detta "legge Tremonti"), 
b) abrogare la cosiddetta "riforma" Gelmini, 
c) abrogare tutti gli articoli di legge che tolgono risorse alla scuola pubblica, 
d) valorizzare la professionalità docente con apposite misure extracontrattuali. 

SENZA IL PUNTO 2 IL PUNTO 1 E' INUTILE.


C'è qualche programma elettorale che rispecchia questi intenti? Ci sarà al governo qualcuno che li vorrà realizzare?
Scuola Democratica cercherà, comunque, chiunque governerà, di impegnarsi, nei limiti delle sue possibilità, per far abrogare, tramite referendum, tutte le leggi che conducono l'Italia alla rovina culturale, civile, morale e materiale.

lunedì 14 gennaio 2013

Programma politico

Programma politico per l'Italia: 


1) a breve termine: creare lavoro per mezzo di 
a) detassazione del lavoro dipendente e delle pensioni al fine di 
   a1) aumentare il potere d'acquisto dei cittadini e 
   a2) rilanciare la produzione 
e per mezzo di 
b) investimenti nei settori che possono produrre ricchezza, cioè:
   b1) cultura 
   b2) turismo 
   b3) nuove tecnologie 
   b4) green economy. 

MA per rendere efficace la creazione di lavoro (vedi 1) e non perdere quasi subito il lavoro creato occorre 

2) a medio termine (ma da fare subito): tornare a investire sulla SCUOLA PUBBLICA per avere nuovi talenti nell'università e nella ricerca, capaci di produrre innovazione e sviluppo compatibile, quindi:
a) abrogare l'art. 64 della legge 133/2008 (detta "legge Tremonti"), 
b) abrogare la cosiddetta "riforma" Gelmini, 
c) abrogare tutti gli articoli di legge che tolgono risorse alla scuola pubblica, 
d) valorizzare la professionalità docente con apposite misure extracontrattuali. 

SENZA IL PUNTO 2 IL PUNTO 1 E' INUTILE.


C'è qualche programma elettorale che rispecchia questi intenti? Ci sarà al governo qualcuno che li vorrà realizzare?
Scuola Democratica cercherà, comunque, chiunque governerà, di impegnarsi, nei limiti delle sue possibilità, per far abrogare, tramite referendum, tutte le leggi che conducono l'Italia alla rovina culturale, civile, morale e materiale.

venerdì 7 dicembre 2012

Scuola pubblica = Bene comune



Se si fosse abrogato l'articolo 64 della Legge 133/2008 ora la scuola pubblica non sarebbe in questa situazione.
Vista l'incapacità della classe dirigente politica e forse anche sindacale italiana di comprendere l'importanza della scuola pubblica per lo sviluppo intelligente e compatibile del Paese, è molto probabile che soltanto la costituzione di Comitati per istituire referendum abrogativi di tutti gli articoli di legge che sottraggono risorse alla scuola pubblica sia l'unica possibilità di salvare la democrazia sostanziale e il futuro delle giovani generazioni in Italia, che ha conosciuto negli ultimi trent'anni un declino culturale ed economico con ben pochi precedenti nella storia.

giovedì 6 dicembre 2012

Referendum abrogativi per salvare la scuola pubblica


Proponiamo la costituzione di comitati per organizzare referendum abrogativi di tutti gli articoli di legge che tolgono risorse alla scuola pubblica, aumentano il numero di studenti per classe, riducono posti di lavoro, aboliscono il sostegno, sopprimono il diritto allo studio: 

Scuola pubblica = Bene comune

venerdì 30 novembre 2012

Monti e la scuola: due mondi opposti


Chissà se il premier finlandese si sognerebbe mai di dire che i professori sono degli scansafatiche, o più educatamente "conservatori" e "corporativi". O se il presidente sudcoreano potrebbe mai accusare i suoi docenti di "indisponibilità". A leggere i risultati di un rapporto mondiale del gruppo Pearson, marchio leader nel campo dell' education, verrebbe da pensare che no, in quei paesi chi guida l' esecutivo mai si permetterebbe di apostrofare così la classe degli insegnanti. E per una ragione molto semplice. Sia Finlandia che Sud Corea sono le due "superpotenze" dell' istruzione nel mondo. E occupano i primi due posti dell' eccellenza internazionale proprio perché tengono in grande considerazione i loro docenti. Che sono giudicati persone importanti, professionisti riveriti al pari di medici e avvocati, figure insostituibili per la formazione delle giovani generazioni, e dunque colonne portanti dell' organizzazione sociale e della crescita economica. No, è difficile che gli venga chiesto ex abrupto di aumentare di un terzo le ore frontali in aula (il che significa ore di lavoro in più anche a casa), sempre con la stessa retribuzione. Ed è impossibile che - se protestano - il primo ministro li liquidi con una battuta in televisione. (Simonetta Fiori, La Repubblica, 27/11/2012).

lunedì 15 ottobre 2012

Per una scuola democratica

Sulla base del presupposto, ampiamente dimostrato da molti studi e ricerche, nonché dai dati dell'Ocse, secondo cui 
  1. aumentare la retribuzione dei docenti della scuola pubblica è il mezzo migliore per incentivare la qualità della scuola;
  2. un miglior livello di istruzione è un fattore di sviluppo, innovazione e competitività economica;
  3. la strada più rapida per uscire da una crisi economica è potenziare cultura, conoscenza e formazione;
a fronte delle gravissime tendenze in atto nella società e nel governo atte a proseguire nello smantellamanto dell'istruzione pubblica e nella svalutazione della professione dell'insegnamento, già avviate dai governi e dai ministri precedenti;

riproponiamo, con alcuni aggiustamenti, il documento che avevamo elaborato nel 1999 sulla valorizzazione della funzione docente. Si tratta di una b0zza su cui aprire la discussione per affrontare casi particolari, dettagli, precisazioni, ma una bozza che si fonda su due punti a nostro parere irrinunciabili.



Il PRIMO PASSO dovrebbe essere il riconoscimento giuridico e la formalizzazione contrattuale di tale professione (completamente assente dal CCNL vigente). Ciò significa  inanzitutto pervenire ad un'adeguata quantificazione giuridicamente e contrattualmente definita della funzione e delle modalità organizzative in cui si esplica. Proponiamo:
  • orario di servizio di 36 ore per i docenti che scelgono il tempo pieno, così suddivise:
    • diciotto ore di didattica (che sono le sole attualmente retribuite, mentre il resto, fumosamente determinato sotto la voce giuridicamente discutibile "obblighi di servizio", continua ad aumentare di anno in anno).
    • diciotto ore di altre attività istituzionali riconosciute e retribuite:
      • alcune di queste saranno da trascorrere a scuola la mattina e/o il pomeriggio in orari indicati dal docente o concordati con gli altri interessati (es.: progettazione di percorsi formativi, programmazione collegiale, valutazioni quadrimestrali e finali, dialogo con le famiglie, uscite didattiche, recupero, integrazione, ecc.);
      • altre potranno essere svolte liberamente in altri luoghi (es.: programmazione individuale, valutazione elaborati, ricerca, aggiornamento, ecc.).
Dato che sull'argomento c'è molta confusione (orario di lezione confuso con l'orario di lavoro), occorre precisare con molta chiarezza che:
  • buona parte dei docenti già svolgono di fatto il tempo pieno, anche se questo evidente dato (del resto, richiesto a chiare lettere dal CCNL) non è per nulla riconosciuto e quantificato giuridicamente né tantomeno economicamente retribuito;
  • non solo; essi sono i protagonisti principali, con la loro dedizione, di tutte le innovazioni che hanno in questi ultimi anni modificato profondamente il sistema formativo pubblico italiano, elevandolo già ora ad un notevole livello qualitativo;
  • ancora, negli ultimi anni gli impegni connessi allo svolgimento della funzione docente sono esponenzialmente aumentati;
    • rimandiamo su tali argomenti (orario effettivo di lavoro in costante aumento e rapporto inversamente proporzionale con la retribuzione) ad un intervento fondamentale in materia, non certo di parte: l'articolo "Tutte le voci che compongono la busta paga dell'insegnante" di Domenico Cucchetti, pubblicato sul supplemento "L'esperto risponde" n. 94 de Il Sole - 24 ore del 1993 (dati ripresi in seguito da molte altre pubblicazioni);
    • rimandiamo anche (sull'esigenza improrogabile di aumentare le retribuzioni degli insegnanti in ragione di quanto sopra) all'intervento dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, Giancarlo Lombardi, apparso il 28 dicembre 1995 sul Corriere della sera con il titolo "Salari più alti ai docenti - la scuola rischia l'agonia" (tema ripreso e sviluppato da molti altri studiosi dei sistemi formativi);
  • le attività suelencate NON sono da introdurre; esse sono già svolte, come conferma anche il profilo professionale contrattualmente richiesto dalla normativa contrattuale vigente;
  • ciò che invece il contratto dovrebbe formalmente riconoscere è il fatto che l'orario di servizio del docente è di 36 ore (si tratta di una formale media al ribasso: molti di noi fanno anche 50-60 ore a settimana) e che la retribuzione deve essere comparata a tale orario effettivo di servizio.
Proponiamo inoltre l'istituzione di un orario a tempo parziale che si configuri sulla base della specificità della professione e potrebbe essere organizzato in questo modo:
  • nove ore di didattica;
  • nove ore di altre attività istituzionali riconosciute e retribuite:
    • alcune di queste saranno da trascorrere a scuola la mattina e/o il pomeriggio in orari indicati dal docente o concordati con gli altri interessati (es.: progettazione di percorsi formativi, programmazione collegiale, valutazioni quadrimestrali e finali, dialogo con le famiglie, uscite didattiche, recupero, integrazione, ecc.);
    • altre potranno essere svolte liberamente in altri luoghi (es.: programmazione individuale, valutazione elaborati, ricerca, aggiornamento, ecc.).
Naturalmente, tale orario di servizio dovrebbe essere reso obbligatorio per chi svolge la libera professione per rispondere alla duplice esigenza di non privarsi, da un lato, del prezioso apporto di tali professionisti e di non creare, d'altro canto, una sottocategoria di docenti impegnati a mezzo servizio che per evidenti motivi non possono dedicare il loro tempo a tutte le attività connesse e funzionali all'insegnamento (e altrettanto irrinunciabili) di una cattedra a tempo pieno.

In SECONDO LUOGO, occorre procedere ad una maggiorazione retributiva generalizzata per tutti i docenti con contratto a tempo indeterminato che abbiano superato il periodo di prova e scelgano l'orario di servizio a tempo pieno, con adeguamento agli standard europei, come risultano dalle tabelle allegate:
 





  • tendenzialmente tale retribuzione dovrà essere pari circa al 30% in più rispetto a quella attuale per tutte le posizioni stipendiali, al fine di adeguare la retribuzione degli insegnanti italiani agli standard europei;
    • tale maggiorazione retributiva realisticamente potrebbe andare a regime entro la scadenza del prossimo CCNL;
    • contestualmente, entro la stessa data si dovrà provvedere alla graduale estinzione di quelli che eufemisticamente sono definiti compensi delle attività aggiuntive, la cui soppressione è auspicabile poiché si configura come un vero monstrum giuridico offensivo per la categoria:
      • evidentemente ciò di cui auspichiamo la soppressione è il cosiddetto "Fondo dell'istituzione scolastica", dietro cui si nasconde un profilo di illegittimità: si tratta molto semplicemente di pagamento a cottimo, a prezzo da manodopera a bassissimo costo e superdequalificata, di attività che il docente già svolge (anche perchè fanno parte del suo profilo professionale), ma che non sono adeguatamente retribuite, non configurano progressione economica, non sono pensionabili, ecc.; beh! il nostro modesto parere è che qui ci troviamo in un campo molto delicato, di violazione dei diritti dei lavoratori, di violazione degli stessi diritti umani, con il consenso (questo è davvero sconcertante) degli stessi rappresentanti sindacali, che di quei diritti dovrebbero essere i difensori;
      • ad onor del vero va detto che il "Fondo di incentivazione" fu introdotto come strumento transitorio per arrivare all'istituzionalizzazione contrattuale di un compenso accessorio per i docenti, che avrebbe dovuto avere ben altre caratteristiche di quelle che ora possiede il "Fondo"; ma si trattò di promesse che non hanno mai avuto attuazione;
  • altrettanto realisticamente a decorrere dal periodo di validità del prossimo contratto di categoria (da rinnovare subito) dovrebbe essere possibile reperire le risorse per destinare ai succitati docenti (con contratto a tempo indeterminato che abbiano superato il periodo di prova e scelgano l'orario di servizio a tempo pieno) una maggiorazione retributiva pari a circa un terzo dell'adeguamento agli standard europei (cioè il 10% in più dell'attuale retribuzione):
    • nella fase transitoria potrebbero essere soppressi i  "lauti" compensi relativi alle attività funzionali all'insegnamento; tali attività infatti devono essere retribuite in modo giuridicamente più corretto, con la maggiorazione retributiva da noi proposta;
    • dovrebbero invece essere mantenuti nella stessa fase, finché le nuove retribuzioni non siano a regime, i  compensi relativi alle attività aggiuntive di insegnamento (corsi di recupero, ecc.);
      • tutti gli insegnanti che scelgono il tempo parziale potrebbero godere dell'attuale retribuzione con orario e tempo-cattedra dimezzati;
      • per i docenti nell'anno di prova e per i docenti con contratto a tempo determinato si potrebbe studiare una maggiorazione retributiva più contenuta, o in alternativa mantenere in vigore tutti i compensi per le attività aggiuntive di qualsiasi tipo.

Post scriptum.
Obiettare che c'è la crisi, che non ci sono risorse, che altre categorie stanno peggio è del tutto fuori luogo. Le risorse ci sono, il fatto è che vengono sistematicamente occultate o sprecate, con l'evasione e l'elusione fiscale, con la corruzione e con la criminalità organizzata.
Inoltre, proprio nel settore pubblico vi sono retribuzioni (in primis, tra i funzionari pubblici, gli amministratori, i politici, ecc.) che creano notevoli diseguagliaze e intaccano l'essenza stessa della democrazia  e dello stato di diritto. Il nesso tra democrazia ed equità delle retribuzioni lo ha spiegato bene Nadia Urbinati in un intervento molto importante su La Repubblica.
Infine, la nostra proposta servirà precisamente a risolvere la crisi con misure davvero efficaci, innescando un circolo virtuoso ("Niente cultura, niente sviluppo" ha giustamente scritto qualche tempo fa Il Sole /24 Ore, ribadendo il concetto in altri interessanti articoli), che non si può certo ottenere con politiche recessive che inseguono la crisi e non ne raggiungono mai la fine, come Achille con la tartaruga nel paradosso di Zenone.